Benvenuti a tutti quelli che arriveranno; bentornati a tutti coloro che mi hanno già visitato; due parole sulla navigazione del blog. Nel riquadro, categorie, cliccando sopra a ogni singola categoria si può leggere di ciò di cui si parla. "lo fa anche baricco" è la storia da cui è nato il titolo; "ti racconto la dislessia": c'è un testo che tenta di spiegare la sindrome dislessica e un pò di storia; "in dieci anni" :le mie avventure con i pazienti in dieci anni di esercizio logopedico; "maestre e apprendimenti": gli incontri ravvicinati con la scuola riguardo il DSA, Disturbo Specifico dell'Apprendimento, di cui la dislessia fa parte. Il blog è attivo dal 18 marzo 2007.
A presto, Roberta.
Bambino otto anni alle prese con la lettura. Mani sudate, foglio bagnato, fissazioni oculari che vanno qui e là, risultato un casino. Gli prendo le mani. Aspetta, gli faccio. Adesso facciamo una cosa. Il bimbo mi guarda disperato. Non riuscirò mai a leggere, fa. La maestra, fa. Lascia stare la maestra. Stammi a sentire. Leggi qui, così, ci penso io, questo è una sorta di primo aiuto, vedi che sai leggere. mah, dice lui, non leggo mica tutta la parola. Mica uno è nato grande, faccio. Una cosa alla volta. Arriviamo alla fine del rigo. Lui è stanchissimo: ha letto 13 parole per un totale di 42 sillabe. Vuoi bere, domando. Mi fa cenno di sì. Gli porgo l'acqua. Riposato, domando. Scuote la testa. Mi fa segno sul foglio.
"Queste lettere si muovono troppo."
Io logopedista lettore convinto, lui DSA dalla lettura ics deviazioni standard preoccupanti più altri ics indici che sono degni di attenzione, come la disortografia. Stiamo provando da giorni una tecnica. Adesso devo capire se l'applica decentemente se io divento invisibile. L'invisibilità temporale me la dà il libro di turno che sto leggendo. Cosa fai leggi, domanda con gli occhi da fuori. Sì: mi piace, rispondo pacatissima. ma come fai, ridomanda. faccio e basta, rispondo su battuta. Lui non si scompone e fa con forza.
"La lettura è una cosa schifosa!"
Prima terapia, bambino che cerca di farsi piacere stretto su una sedia e sorridendomi con garbo, mamma che parla solo lei. Inizia a dirmi che ha due figli. Il primo figlio sa leggere, scrivere, far di conto, è il primo della classe, non prende mai nessuna malattia, non dice parolacce, non si comporta male, va a messa tutte le domeniche, si lava le orecchie, le maestre sono osannanti, sempre ottimo perfino al catechismo. Guardo l'ora. Da venti minuti parla del primo figlio. La blocco. Chiedo qualcosa riguardo al bambino rannicchiato sulla sedia vicino a lei. Ho poco da dire, fa la signora.
"E' tutto il contrario dell'altro."
Fonti per le puntate de "la lettura come nemica numero uno":
È doveroso segnalare i libri e le fonti da me usate per scrivere questo intervento. Mi sembra corretto nei confronti di coloro che mi hanno permesso di conoscere tutto ciò tramite i libri e i corsi di formazione. Dunque:
La storia della dislessia è stata estrapolata da un libro scritto dal dottor Andrea Biancardi, edito da Rizzoli, Quando un bambino non sa leggere. Sempre di Biancardi è l’informazione americana del rejected e delected, estrapolata in sede di un corso di formazione e aggiornamento a Napoli.
I metodi per l’accoglienza del bimbo dislessico e le prime prove da sottoporre le ho imparate grazie a un corso curato dal professor Giuseppe Cossu e dalle logopediste S. Mazzacurati e M. V. Rinaldi, in quel del Centro Medico di Foniatria a Padova nel lontano ‘99.
La struttura della lettura "sana" e le diciture e le caratteristiche delle due grandi categorie dei dislessici, l’ho estrapolata da I disturbi dello sviluppo di Vicari-Caselli, edizioni il Mulino.
Le regole Zen sono di un librino a fumetti, edito da Feltrinelli, intitolato Dice lo Zen.
Nel caso se ne voglia sapere di più sulla dislessia ci si può connettere al sito dell’Associazione Italiana Dislessia (http://www.dislessia.it). Oppure fare un giro in libreria e comprare il libro di Biancardi da cui ho preso la storia della dislessia. È un testo molto bello e semplice. Se poi si vuole avere qualche notiziola in più non solo sulla dislessia ma anche sui disturbi dell’apprendimento, consiglio I disturbi dell’apprendimento di Cesare Cornoldi edito da Il Mulino.Il testo apparve per la prima volta cinque anni fa su Vibrisse, quando viaggiava in e mail
Bambina col corpo a pezzi, miracolo come sia riuscita a scrivere in modo intelligibile, si avvicina per lei il momento della dimissione sospiratissima dopo un iter di fisio, psm e logo da paura. La gentile maestra non è d'accordo.
"la sua grafia è troppo brutta"
Il lettore getta l’occhio verso l’orologio e nota che tra poco ha un incontro con un’insegnante. È marzo e si è quasi finito il programma individualizzato per il loro bimbo comune. È contento perché ha potuto instaurare un dialogo con questa insegnante di sostegno. Hanno lavorato con dedizione. Purtroppo è un’eccezione: spesso le docenti elementari colloquiano con il terapista del linguaggio come se questi gli volesse togliere qualcosa. Vengono colme delle proprie idee e pronte a soffocare con la loro verità inoppugnabile di anni d’insegnamento. Piaget è il loro Dio e non esiste altro. Goleman, padre dell’intelligenza emotiva, Gardner con la teoria sulla pluralità dell’intelligenza e perfino Andrea Canevaro, pedagogista, che ha scritto pagine bellissime sull’integrazione a scuola del diversamente abile, sulle loro labbra sono marziani.
La bussata dell’insegnante diversamente formata che viene a trovare oggi il tecnico è lieve. Si accomoda nella stanza e valutano insieme i progressi e cosa c’è ancora da fare. Purtroppo non sa se l’anno prossimo rimarrà perché la Moratti ha tagliato i fondi per le ore di sostegno. Andrà solo ai casi "gravi" e il dislessico, grazie a Dio, non è "grave". Chi leggerà per lui? La maestra respira alzando le spalle. Il bimbo sta migliorando ma la sua lettura non è ancora in grado di supportare la comprensione. È un dislessico superficiale ma deve avere il tempo di compensare la sua abilità di lettura. Ci chiediamo perchè i sussidiari non vendano in opzione una cassetta dove qualcuno legga i contenuti per i bimbi che hanno questi problemi.
a. Per non essere esclusi dal gruppo e dare loro una chance nelle materie orali.
b. Per diminuire la diversità. In America hanno notato i fenomeni di rejected sui maschi, vale a dire che sono rifiutati, e delected sulle femmine, in una parola sono ignorate.
Non si risolve il problema della cecità per le parole solo fornendo al bambino un corretto programma logopedico e un lettore che lo aiuti nei primi periodi della terapia, più o meno dai sette anni ai dieci, ma facendolo sentire parte integrante dell’ambiente aiutandolo a accettare serenamente i propri limiti e le le proprie potenzialità. Al tecnico che ci ha accompagnato fino a adesso, piace pensare in termini di potenzialità e non di deficit. Posa il camice, firma l’uscita e va verso casa. Ha da registrare i suoi pensieri in esubero. (continua)
Bambino nove anni, veterano, in odore di dimissioni, facciamo l'ultima parte del programma di gran carriera perchè lui ormai è diventato bravo e dà soddisfazione a se stesso, a me, alla mamma. Nel mio portapenne oggi c'è la morìa della penna e l'unica rimasta è di colore rosa, quella che con le bambine chiamiamo "la penna di barbie". Glela porgo. Lui rimane immobile. Hai problemi, domando.
"Mica posso scrivere con una penna da femmina?"
Il paziente delle cinque manca per motivi di salute. Il tecnico ridiventa lettore e prende il libro di turno. Legge dall’età di quattro anni e non ha mai avuto problemi. È strano che si trovi circondato da bimbi la cui maggiore difficoltà è la lettura. Grazie alla sua formazione specifica, ha scoperto che una lettura fluida dipende dalla sanità e dalla corretta interazione fra "via fonologica" e "via lessicale". La "via fonologica" va nel "livello fonologico" che permette di analizzare la parola in sé senza fare ricorso al lessico. Permette, semplicisticamente, di leggere quelle parole che non significano niente o che incontriamo per la prima volta. La "via lessicale" porta al "livello lessicale-semantico" che dà la possibilità di entrare nel significato di una parola letta. Possiamo conoscere e leggere bene una parola ma ignorarne il significato: la parola in questione è ferma nel bagaglio del solo lessico. Nel bagaglio del lessico ci sono le "forme", tanto care ai Gestaltici, delle parole ma nient’altro. Per il linguaggio, non solo per la dislessia, vale la frase Zen: l’uno è il molteplice e il molteplice è uno.
Il libro di turno non parla di narrativa ma dei lavori di Isabelle Liberman, psicologa americana, che negli anni Settanta- Ottanta aggiornò in maniera qualificata le ipotesi linguistiche. Fu lei la prima ad osservare che il bambino dislessico ha problemi specifici con i suoni del linguaggio e in particolare con le strutture sonore della lingua materna, i fonemi, essenziali per imparare a leggere velocemente e in modo corretto.
La formulazione della dislessia come disturbo della consapevolezza fonologica che interferisce con l’apprendimento della lettura è stata man mano suffragata da una varietà di studi. Tutti questi studi hanno aiutato a capire come mai bambini dislessici che ottenevano alti punteggi nei test per valutare il QI e che sembravano linguisticamente indenni, avessero problemi di linguaggio. Negli anni Ottanta una grande quantità di ricerche si è concentrata sul filone del deficit nell’abilità fonologica. L’ambito più recente della ricerca sulle difficoltà di apprendimento è la genetica. Da tempo i ricercatori hanno constatato come i disturbi dell’apprendimento abbiano spesso una storia familiare, cioè siano ricorrenti nella medesima famiglia. Se la dislessia non è mai confinata ad una sola generazione, si è notato non solo che i figli dei dislessici spesso hanno problemi di lettura e di linguaggio, ma è più facile che li abbiano i maschi che le femmine. Che la dislessi
a fosse ereditaria lo aveva già osservato C.J. Thomas nel 1905 quando aveva notato che la ‘cecità per le parole’ di frequente riguardava più di un membro della famiglia in cui si era verificato un caso. Norman Geschwind e Albert Galaburda nel 1992 avanzarono l’ipotesi che la dislessia fosse correlata a disturbi del sistema immunitario di sicura origine genetica. Una quantità di supposizioni e di prove. Nessuna delle quali può stabilire un rapporto di causa-effetto fra fattori genetici e dislessia. Probabilmente ciò che viene ereditato, precisano i neuropsicologi, è una microscopica lesione cerebrale. L’ipotesi genetica sembra dimenticare, poi, il ruolo dell’ambiente. Ci possono essere spiegazioni ai disturbi di apprendimento che si incontrano nelle medesime famiglie e riguardano il medesimo ambito familiare. (continua)Mamma incazzata, l'accolgo in stanza, si mette a sedere e si mette tutt'e due le mani in faccia. Chiudo la porta. La maestra del figlio -una di quelle da sopprimere, detentrice della verità-ha scoperto il modo su come risvegliare le competenze cognitive carenti al mio povero paziente -sensibile e che non farebbe male a una mosca- e il risultato è che il povero essere umano la mattina piange perchè a scuola proprio non ci vuole andare. La mamma incazzata è andata a chiedere delucidazioni: suo figlio sta dando di matto. La maestra ha detto alla madre che è normale: il bambino deve solo abituarsi. A che, le ha chiesto la mamma incazzata.
"Gli urlo addosso: solo in questo modo gli si scuote il cervello"