Lui legge. Io ascolto ma guardo attenta sul foglio. "Balena". Non è balena, faccio. Ah, è "Banana". "Matita". Guarda bene, sibilo. Ah, scusa, scusa, è "Mattino". Non è colpa mia, fa. Non ti sto dando colpe, faccio: solo devi andare più lentamente e leggere tutte le sillabe. Lo faccio, protesta. Lo guardo come se volessi dire: "lascia perdere". Continua nella lettura. "Pomodoro". Sospiro. Lui capisce. Ritorna e legge tutte le sillabe. Sorrido. Ma ragiona, fa, mica posso leggere quasi sillabato. No: ma potresti andare lentamente. Il prete della mia chiesa legge piano. E allora, domando. Ci addormentiamo tutti, fa. E poi c'è un'altra questione, mi fa: magari credono che io legga come lui e io non. Non cosa, dico.
Non ci penso nemmeno a farmi prete!
Nota: leggere una parola per un'altra, si chiama Lessicalizzazione. Presentissima quando si legge troppo velocemente. Leggere piano fa bene a tutti: si fa ben ascoltare e la comprensione è più ecologica.
Leggiamo piano ma corretto. Ancora quel libro, fa il mio paziente. Dobbiamo andare per gradi, poi andrà meglio. Preferivo le tabulazioni, fa lui scocciato. Non ti lamentare sempre: stiamo quasi alla fine. Non ne posso più, fa, prima il topo giornalista, poi il criceto scrittore. Non me la menare, faccio, tutti i novenni leggono con felicità queste cose. Io sono uno intelligente, protesta. Leggo male ma capisco tutto e non capisco perchè debba leggere a alta voce. Sei alle elementari e ti tocca, faccio. Mi fai una promessa, domanda. Lo guardo consensiente.
La prossima volta mi fai leggere qualcosa senza animali?
Nota: un "dislessico fonologico" non riesce a manipolare bene la struttura sillabica interna delle parole, ha una lettura fortemente contestuale. Il suo problema è la lettura a alta voce: la decifrazione è fatta di parole a libera interpretazione del vedente.
Incontro un mio paziente sulla spiaggia: oggi è domenica e vado al mare. La mamma si avvicina, parliamo del più e del meno. Lui ci gira intorno. Cosa fai, chiedo. E' con maschera e braccioli. Cerco gli scuncini, fa con la sua articolazione imperfetta. Cerca di correggersi su "scuncini". Lascia, lo tranquillizzo, ho capito. Lui sorride. Si rituffa e schizza acqua dappertutto. Arriva, dopo un pò, con uno scuncino. Me lo dà. Complimenti, faccio, è proprio per me, domando. Sì, fa con il solito sigmacismo da panico che si ritrova. Grazie. La signora continua a guardarmi strana e chiede curiosa perchè non l'ho corretto. Le ho sorriso
E' domenica: non sono in servizio.
Nota: sigmacismo, termine tecnico per indicare la difficoltà a articolare in modo corretto il fonema "S" dalla comunissima "zeppola in bocca" alla s sibilante.
Il mio paziente è tutto intento nel disegno. Lui disegna benissimo, ha una grafia bellissima ma le lettere all'interno della parola sono a libera interpretazione. Dopo la consapevolezza che la scrittura e la lettura non vanno mai in vacanza, ha deciso di trovare un'alternativa. Cosa stai facendo, domando. Forse ci sono, fa lui, se io semplifico i disegno possono essere più agevoli nell'essere disegnati e ugulmante chiari nell'essere letti. Ti risparmio la fatica, faccio, quel che vuoi fare si chiama ideogramma e esiste in Giappone e in Cina. Lì non hanno le stupide lettere, domanda stupito. No, faccio, scrivono con disegnini simili e modificatori e non è una cosa mica tanto semplice. Lo sapevo di essere nato nel posto sbagliato, fa lui convinto.
Se fossi nato in Cina sarei stato il più bravo di tutti!
Paziente turpiloquiante oggi in gran felicità: alla fine della terapia viene a prenderlo il padre. Sono davvero curiosa: non l'ho mai visto come la maggior parte dei padri. Oggi mi viene a prendere papà, fa felicissimo. Mio padre è uno giusto e non è uno di questi stronzetti come i papà delle merdine a scuola. Mio padre dice una parola, ma è una parola pesante. Cosa fa, chiedo. Non dice cazzate, voglio dire, vedi che se parlo senza "parolacce" come le chiami tu, nessuno ci capisce un cazzo? Vabbene, faccio rassegnata. Passano i cinquanta minuti. Nella sala d'attesa c'è una sorta di montagna umana sporca di cemento dalle braccia tatuate: mi sembra il padre di Arturo Bandini. Il mio paziente gli vola in braccio. L'uomo si rivela affettuoso con il figlio,nonostante le apparenze, mi stringe la mano, rugosa e enorme, e chiede sicuro.
Dottoressa, questo bastardo si comporta bene?
di lui ne racconto anche qui e qui
Nota: se si è curiosi di conoscere il padre di Arturo Bandini, l'Arturo di "Chiedilo alla Povere" di Fante, è bello leggere "Aspetta primavera Bandini", scritto, ovviamente, dallo stesso Fante. Buona lettura.
Tutte le parole con struttura consonante-vocale-consonante-consonante-vocale e le due al centro non sono doppie e il mio paziente cotto dal sole e dal mare. Uffa, mi fa, ma tra tante manìe, proprio quella delle parole dovevi avere, domanda. Ognuno ha le sue, faccio, finiamo e poi ti riposi. Finiamo lo strazio. Giochiamo. Tu non vai in vacanza, domanda. Il centro chiude a agosto, rispondo. Lo sai qual'è il problema, fa lui, è che anche se non vengo qui tutti a chiedermi, come si legge, che letterina è e io mi rompo. Allora cosa vogliamo fare, chiedo. Non è colpa tua fa.
Queste lettere schifose non vanno mai in vacanza.
dello stesso ne parlo anche qui
Chiedo scusa a tutti gli affezionati lettori per il repentino cambio di argomento ma ieri sera si è spento Gianfranco Ferrè, uno dei più geniali stilisti italiani. I modelli di Ferrè erano sempre ricchi di spunti per vestire con eleganza e originalità. Ferrè vestiva la donna che sapeva indossare e interpretare l'abito. Non ho mai vestito Ferrè, per ovvie ragioni, ma guardare le sue sfilate mi davano un senso di femminile mai stupido e omologato ma trasudante bellezza e personalità. la moda è una mia debolezza, chiedo scusa ancora per questo post fuori argomento.
Ciao a tutti, Roberta.
Bambina magrina alla fine della scuola. Sei contenta, domando, abbiamo finito con lo strazio. Lei sorride. Lo sappiamo che la scuole le piace ma i problemi sono altri. Non le vedrai per tre mesi, le ricordo. Eh, mi dice col suo solito file di voce, aggrappata a me come un'edera, non mi hanno nemmeno salutata: mi hanno guardata male come sempre. Lasciale perdere, faccio. Non ci pensare, rimando. Ma io voglio avere un'amica in classe, perchè non ci riesco, si domanda. Dài, faccio, godiamoci l'estate e a settembre ne parliamo. La bimba sospira e ritorna al suo posto. Penso che a settembre non sia cambiato niente, fa. Non dire così, difendo, magari cambiano. La bimba storce la bocca e dondola la testa. Lo sai come dice papà, domanda.
Certa gente non cambia mai.
di lei ne parlo anche qui
Nota: Lo stesso studio americano ha evidenziato da parte dei normodotati la tendenza sociale al "Delected" per le bimbe con disabilità. In una parola, non vengono considerate. Il maschietto è allontanato con il meccanismo del "rejected" e la femminuccia fatta "scomparire" con il "delected".
Pazientina novenne ma già sicura di sè. Comprensione a nulla interpretazione, pianificazioni testuali bucate, un pò di problemi nel calcolo ma sono il male minore. Io lo so che mi fai perdere tempo, tu, la scuola, che per fortuna è finita, e le terapie. Oh, e perchè, chiedo. Io da grande non voglio studiare. Per fare qualsiasi cosa tu hai bisogno di un minimo di cultura di base. Non per quello che voglio fare io: devo imparare solo a maneggiare i soldi e basta. Guarda che anche per fare il commerciante bisogna studiare. La matematica, rimanda, non tutte queste stupide parole. E poi non voglio fare il commerciante. No, faccio interrogativa, allora cosa, chiedo. Il mestiere più bello del mondo, fa. La guardo in attesa della rivelazione.
Farò la parrucchiera!
Cosa è successo, chiedo al mio paziente con il capo stretto tra le mani appoggiato sul tavolo. Tua madre mi ha detto che ci vuole lo psicologo perchè è successa una cosa grave. Mi ha costretto, fa lui arrabbiato. Ma perchè reagire in quel modo, domando. Non ne posso più, fa, non ne posso più. Toglie le mani dal capo e mi guarda: sono di fronte a lui. Tu sai quanto mi è difficile trovare un amico nelle mie condizioni, esordisce con la sua consapevolezza strana per un infante, e ti ho detto che da un pò gioco con questo amichetto di scuola. Insomma, io e lui andiamo d'accordo. Arriva mio fratello. Fa una risatina e vuole giocare con le nostre cose senza di noi. Gli dico che non lo può fare. Lui dice che io sono geloso che lui sa fare tutto e io niente e che il mio amico deve avere qualche cosa che non va nella testa come me per frequentarmi. Non ci ho visto più e, sono uno grosso, fa con il risolino. L'ho picchiato. Mamma ha preso e sue parti: e che lo dico a fare. Adesso mi danno anche del pazzo però lui gira alla larga.
Lo sa che se mi fa incazzare un'occhio nero non glielo toglie nessuno.
dello stesso ne parlo anche qui
Nota: secondo uno studio americano i bambini maschi con sindrome dislessica soffrono, dal punto di vista sociale, di "rejected", vale a dire l'allontanamento da parte dei compagni di classe normodotati.