Sto benissimo nella nuova scuola, fa il mio paziente undicenne in odor di dimissioni. Ho un gruppo di amici e sfottiamo a uno che è proprio scemo. A me fa pena, continua umano, ma non posso permettermi di difenderlo. Perchè, chiedo. Devo rispettare le regole del gruppo, fa sicuro. Lo sai che è sbagliato, replico. Anche mamma me lo dice, fa lamentoso. Voi non capite, dice sicuro: se prendo le sue difese divento come lui e io sono stato già sfottuto abbastanza alle elementari. Adesso nessuno può dire una parola sbagliata su di me, nè sfottermi:
faccio parte di quelli potenti.
di lui ne parlo anche qui
Vado a cine a vedere hairspray. Dopo pochi minuti, si siedono accanto a me una decina, non scherzo eh, di bimbe dodicenni. Alcune dietro, altre avanti, accanto a me. Buio in sala; le dodicenni ammutolite. Compare sullo schermo Zac Efron e improvvisamente è il delirio: urletti, battiti di mani. Zac Efron sparisce dalla scena e loro ritornano ammutolite. Zac Efron compare di nuovo e stesso delirio: urletti, battiti di mani. Fine primo tempo. Le bimbe si alzano e parlano di quanto sia bono Zac Efron, ahhhhhhh, Zac, ahhhhh. Buio in sala. Bimbe ammutolite. Zac sullo schermo e delirio del gruppo: urletti, battiti di mani. Cerco di concentrarmi sul bello ma io di bello non ci trovo niente: mi pare cicciobello occhi blu. Le bimbe non sono del mio parere e continuano negli urletti di gioia quando compare Zac. Il film finisce. Le bimbe mi salutano e mi dicono che forse sono state chiassose ma loro non ne possono fare a meno.
sono pazze di Zac Efron
nota: il sito delle fan me lo hanno dato le bimbe...
Bimba con comprensione a libera interpretazione della leggente. E poi cosa succede, domando. Mettono lo scialle, fa lei. Eh, faccio sorpresa. Mi indica la parola. Gliela isolo. "sciacallo", legge. c'è scritto "sciacallo", ripeto. Lei dondola la testa: tutti possono sbagliare e qui volevano dire "scialle", replica tranquilla. Può capitare, fa lei paziente.
anche i libri sbagliano.
Ti guardo mentre scrivi, lo sai, mormoro al pazientino ottenne seduto di fronte a me. Anche tu scrivi, dice. Sorrido: quando fanno le prove in autodettato io scrivo su un quadernino e stendo l'occhio, senza farmi vedere, così loro si sentono più liberi. Finisce il suo esercizio. Hai riletto, chiedo tranquilla senza alzare gli occhi dal quadernino. Sì ma sta tutto bene, risponde. Alzo la testa e prendo il suo quaderno. Lui afferra la penna accanto al quadernino e me le mostra: due bic mangiucchiate e senza tappo. Non c'è bisogno che tu corregga, dice ancora. Continua:
"abbiamo scritto con la stessa penna"
E' come se si assentasse, fa una delle maestre. Abbiamo chiesto una riunione in tempi brevi perchè è strano, fa un'altra maestra. Ci siamo io, la foniatra, due insegnati più una terza che si occupa della diversabilità e è sempre presente. I problemi ci sono fa la foniatra, ma non sono così grossi, almeno a livello scolastico. Noi non diciamo niente sul profitto: dà quel che può, ma noi ci preoccupiamo del comportamento. Cosa fa di preciso, domando. Si isola, parla di mondi fantastici, fa fatica a relazionarsi con gli altri bambini e da un pò di tempo scrive. La foniatra mi guarda interrogativa. Lo fa anche con me, nei dieci minuti finali, faccio. Non gioca ma mi chiede d'inventarsi una di quelle storie di eroi e robot che gli piacciono tanto. Ha ancora molti problemi nella manipolazione delle strutture sillabiche e lo fermo quando le parole che scrive sono incomprensibili. Le maestre annuiscono. Una prende la parola: bisogna fare qualcosa, dice. Dateci un consiglio per fare in modo che lui si apra agli altri: la vita è socialità. La preoccupazione della maestra è fondata e facciamo un pò di brainstorming. Individuiamo delle strategie e speriamo che vadano bene. Ci siamo rilassate un pò e ci salutiamo. E' un bel problema, fa la foniatra, un bambino che si relaziona poco o niente e se ne va in mondi fantastici, cosa farà da grande, domanda gurdandomi. Non ho dubbi, faccio. E continuo.
Farà lo scrittore.
“Non odio le lettere, solo che non le capisco.”
Mia madre e mia nonna sono andate a Napoli con la parrocchia e tanto di biglietto per vedere il papa. Giornata infernale: pioggia, freddo, sedie bagnate, gente che si sentiva male per ipotermia. Mia madre e mia nonna si sono svegliate all'alba per andare a Napoli a vedere il papa. Il sommo pontefice, arrivava alle dieci e loro sedute, in una piazza plebiscito gelida e bagnata, dalle otto e mezzo del mattino. Il papa arriva con l'entourage. Arriva un forte acquazzone. Ombrelli, sedie bagnate, freddo. Mia madre e mia nonna hanno desistito e hanno abbandonato il luogo di preghiera in favore di un caldo bar. Al porto, volevano ritornare a casa, hanno scoperto che i collegamenti per le isole erano stati sospesi e partiva solo qualche nave. Arrivano sull'isola stremate dopo cinque ore di attesa in una sala d'attesa gelida. Le andiamo a prendere al porto, con mia cugina ottenne, e loro raccontano della disavventura. E niente messa, oggi, nonna, domanda mia cugina. Tu ci vai sempre a messa, incalza la bimba. La nonna scuote la testa e dice che oggi non va:
le hanno dato il paradiso ad honorem.
La mia paziente di dieci anni si è fidanzata con un coetaneo. La mia paziente ha un'analisi sillabica ai minimi storici e scrive corretto ma lentissimamente. Lei e il suo fidanzato hanno entrambi il cellulare e lui le manda dieci sms al giorno. Uno glielo manda sempre quando siamo a terapia e io a fare ggggr: spegni quel coso. Non posso, fa lei: lo devo rispondere. Prende il cell e fa un pò di movimenti. E' velocissima. Chiude. Hai già risposto, domando. Mica scrivo, fa lei. Ho scritto una sola frase che va bene per tutto. Adesso te la leggo. Apre il cell e, con la stessa velocità, prende il messaggio. Legge.
Anche io.
Pazientina cinquenne principessa dalla categorizzazione lessicale-semantica a libera interpretazione di quello che le passa per la mente. Stiamo imparando i colori con l'aiuto delle mollettine, un mucchio di mollettine colorate. Chiedo il colore della mollettina. Lei guarda in su, guarda fuori, prende la mollettina dalle mie mani, se la rigira davanti agli occhi. Fa una serie di mmmmm interessati e fissa la mollettina e il suo vestito. Allora, faccio spiccia: sono passati tre minuti buoni. per favore, mi dici che colore è, chiedo con tranquillità. Posa la mollettina sul tavolo. Non lo so come si chiama questo colore ma una cosa la so. Quale, chiedo sorridente.
non sta bene col mio vestito.
delle sue mollettine ne parlo anche qui.
Io e la pazientina alle prese con un noiosissimo test di nome tvl. Lo dobbiamo fare: per le leggi sulla qualità e non so per quante altre cose -ci hanno riempito a tappo di burocrazia- dobbiamo proprio. Mostro una scheda. Chiedo: dov'è l'astronauta? la bimba guarda. Esplora il foglio. Io sto di gesso. Mi guarda implorante. Odio alcuni test più di lei. E dopo mi aspettano grafico e conteggi, grrrr, goduriaaa. La mia paziente mi guarda implorante ma io di gesso. Devo proprio rispondere, chiede dolce. Sì, faccio con il tono di chi non ha scelta. Mi guarda implorante.
Aiutino?