Ho preso tutti sufficiente, fa il mio paziente novenne. Mia madre mi ha detto la solita frase ma. Lo ascolto mentre prendo il suo quaderno e tutti gli ausili per la terapia. Lui continua: mi ha detto che tutti hanno un posto nella scuola e io ho il posto di quelli che devono lavorare molto per riuscire. Tua madre ha ragione,faccio: mi sembra che abbia preso bene i tuoi voti. Secondo me, aggiungo, i tuoi voti sono perfetti. Lo sai com'è lei, fa lui, è contenta ma sarebbe più contenta se fossi come il primo della classe. Gli prendo la mano: ti svelo un segreto, mormoro, non ho ancora conosciuto una mamma pienamente contenta di suo figlio. Scommetto che nemmeno la mamma del primo della classe è contenta. Perchè, domanda. Non lo so, rispondo: se divento mamma magari lo scopro. Il mio pazientino ride e si rilassa. Quando mamma mi ha detto che ognuno deve avere un posto nella scuola io avevo pensato a quale posto potessi occupare e starci comodo ma a lei non l'ho detto. Lo guardo di sguincio. Lui è fluido:
Il posto dell'assente.
Il mio paziente decenne è sempre alle prese nel cercare qualcosa. E' una specie di comportamento che scatta ogni volta che non riesce o prova difficoltà nel fare qualcosa. Si allontana da quello che fa e si fruga le tasche dei pantaloni, si alza e tasta quelle del cappotto e poi si siede. Alla decima volta, i miei nervi iniziano a dare segno di presenza e chiedo pacata: mi dici cosa stai cercando? Niente, fa lui. Lo guardo curiosa. Devo cercare qualcosa, fa. Ma cosa c'entra con quello che stiamo facendo?. Lo so che non c'entra niente ma non posso fare a meno di cercare. Cercare cosa? Non lo so, fa lui, ma devo farlo.
So che mi manca qualcosa.
Pazientino decenne che non vuole andare a fare sport. Noi glielo abbiamo consigliato per farlo stare di più con gli altri e poi sfiora l'obesità. Il mio pazientino è scontentissimo e mi guarda in cagnesco. Chiede perchè non ho preso le sue parti. Gli dico che in palestra ci deve andare: è importante. Ah, fa lui incazzato, lo sai bene che a me non piace muovermi ma giocare al tavolo, fare puzzle o vedere la tv.
Mi piacciono i giochi di riposo.
Paziente novenne entra come una furia e inizia a parlare senza tregua: "Allora io gli ho detto che non sono stupido, ho solo un piccolo problema ma quella non mi sente, le potete far fare tutta la psicoterapia che volete, quella non sente niente. Mi vuole far diventare come quello della mia classe, che ha la stessa cosa mia, ma fa il malato grave. Pensa, è arrivato anche un famoso foniatra a parlare del problema. Ma questi sono scemi, tutti scemi, anche il mio compagno di classe. Anzi, quello no, perchè con la scusa che deve lavorare di più lavora di meno. E' uno stronzetto. Glil'ho detto che è uno stronzetto e mi hanno mandato dalla direttrice che ha chiamato mia madre e quella scema ha detto che ho i problemi, vengo al Centro, e poco capisco. Poco capisco! Hai capito cosa ha detto? Io non capisco. Tu che mi dici sempre: mi dici sempre che sono come gli altri e che tutti hanno dei limiti. Ci credo. E' così. Ho nove anni ma lo so: è così. Penso male? Capisco male? Mamma dice che parlo troppo come un vecchio? Solamente perchè il mio limite può essere curato mi devo sentire malato? Io non sono malato, tu me lo dici sempre. E' vero, dimmi che è vero. Ho solo un limite e che ci posso fare. Tu me lo dici sempre. E' vero, sì, è vero.
Tutti abbiamo dei limiti."
I padri sono una rarità. Ma quando sono presenti ho il paziente di turno al settimo cielo: vuole far vedere al papà cosa fa e come sta andando avanti. Il padre raramente ha tempo, raramente presta molta attenzione, purtroppo, e l'imbarazzo, non so di che, è totale. Ogni adulto che accompagna il paziente deve firmare per la terapia. Mostro il foglio al padre. Si schernisce: no, fa, non firmo. E' la prassi, faccio. Se la vede mia moglie, la prego,replica lui. Va bene, dico: ma è una cosa tranquilla. No, fa lui a mezza voce. Ci saluta timido e va via. Ho detto qualcosa che non va, chiedo al mio paziente. No, fa lui, e solo che mia madre fa tutto lei e gli dice sempre che fa solo guai. Oh, faccio. Prendo la cartellina, la apro e non ci penso più. Papà era imbarazzato, continua il mio paziente. L'ho notato, replico. Adesso io te lo dico ma tu non sai niente. Faccio una sorta di giurin giurella. Lui si avvicina al viso.
Non è abituato alla gentilezza.
Oggi sono andata far visita al mio paziente leucemico in attesa di trapianto. Dovrebbe essere il mese prossimo, se va tutto bene. Gli stanno facendo i cicli di chemio. E' a letto e busso. Si nasconde sotto il lenzuolo e dice che posso entrare ma lui non può farsi vedere. Suvvia, gli dico, perchè, domando. Sono diventato brutto, mi fa coperto dal lenzuolo. Mi ricordo che avevi begli occhi, faccio. Li ho ancora, risponde, ma i riccioli non ce li ho più. Lascia stare, rispondo, avevi un bel viso e un bel naso. Lui ridacchia e si scopre il viso. E' senza capelli, le sopracciglie ridotte al minimo. Visto come sono brutto, domanda. Gli dico che non deve dire stupidaggini: ha ancora begli occhi, un bel naso, un bel viso. Prende lo specchio e mi mormora che è stato brutto trovarsi i capelli sul cuscino, poi lo hanno rapato. Mi dice che perderà l'anno sano a scuola. Non preoccuparti, gli dico, recupererai quando starai bene. La lettura non l'ho persa, fa. Mostra il nuovo di Harry Potter: leggo una pagina al giorno, ci metto un quarto d'ora e poi sono troppo stanco. Allungo la mano sulla testa ma prima chiedo se posso: quando aveva i riccioli gliela passavo sempre. Si avvicina con la testa e carezzo. Gli dico che è liscia. Riprende lo specchio e si guarda: è brutta, vero? No, gli dico. I riccioli sono qui sotto e quando starai bene ricresceranno. Tu credi, domanda. Certo: sono sicura che te lo avranno anche detto. Si guarda di nuovo allo specchio.
Pensi che possa farmi vedere senza vergognarmi?