In questo sciagurato anno bisesto ho preso la febbre già tre volte. Le altre volte mi sono incappucciata e sono andata a lavoro, come mi ha insegnato mia madre -il dovere prima di tutto!!- ma questa volta mi sentivo proprio a pezzi e sono rimasta a casa. Mi godo il letto, il valzer della febbre, i ragazzini che mi raggiungono tramite messenger e mi chiedono come sto, la mia casa dove ci sto sempre da ospite, tanto è poco il tempo che ci passo dentro. Fuori c'è un tempo che sembra gennaio: piove, il cielo è grigio e accendo ancora il riscaldamento. Sul fornello la mia pietanza preferita: le lenticchie.
Quando si è malati bisogna viziarsi.
Ho appena saputo che il mio paziente leucemico si è operato, venerdì santo, di trapianto del midollo e è andato tutto bene.
Adesso sta in una stanza sterile e le sue condizioni sono in netto miglioramento.
Grazie a tutti per le preghiere.
Auguri di Buona Pasqua.
Io e la collega psico sedute a un tavolino. Stanza soleggiata, mare brillante fuori la finestra. Abbiamo appena finito di parlare con delle insegnanti di scuola media che hanno intenzione di bocciare il nostro paziente. La collega psico è fuor di sè: il nostro paziente dodicenne soffre di crisi depressive molto forti, se non si sente non accettato, non dorme la notte, vomita, si agita in continuazione. Le insegnanti lo vogliono bocciare: disurba la classe, ha avuto un calo del rendimento. Inutili le parole, lo spiegare alle gentili signore che il nostro paziente reagirebbe alla bocciatura come un totale fallimento. Loro sono decise ma noi siamo ben decise a scatenare un casino.
Io e la mia collega psico sedute a un tavolino a compilare carte e relazioni. Andremo per via istituzionale: la materno infantile della Asl ci deve aiutare. Siamo davvero preoccupate.
Il mio paziente sa della possibile bocciatura: me l'ha detto lui stesso. Mi ha detto che ho sempre sbagliato su di lui e che non è vero che sa fare delle cose. Lui non sa fare niente. Gli ho risposto che abbiamo quaderni pieni di lavoro e di risultati raggiunti. Non sono abbastanza, ha replicato con un filo di voce.
Non saranno mai abbastanza.
Una primavera fa, nasceva il blog.
Ogni candelina spenta col soffio è un desiderio.
Si avvererà?
Grazie a tutti i lettori, Roberta.
E' arrivato a lavoro uno psicomotricista uomo. Le mamme si sono allarmate in blocco: un uomo? cosa ne sa un uomo di bambini? Nella sala d'aspetto le signore guardano con sospetto questo nuovo arrivato, una persona molto gentile e cortese ma uomo. Sarà capace di capire un bambino, domanda una mamma a quella di fronte. Io ero lì seduta, in attesa di paziente, e ascoltavo. E' il suo lavoro, le risponde poco convinta quella di fronte, ma io avrei preferito una donna. Annuiscono. Interviene una terza: le donne sanno curare bene i bambini, gli uomini che ne sanno. Magari farà anche bene il suo lavoro ma non sarà mai come una donna. La prima che ha avviato la discussione riprende che le ci vorrà un pò di tempo per fidarsi e mi chiede se sono fondate le sue remore. Rispondo che il collega è bravo e molti uomini si sanno prendere ben cura dei bambini. Le signore dondolano la testa: non sono d'accordo. Sarà anche bravo ma noi donne sappiamo come si governa un bambino, fa l'interlocutrice.
Siamo nate per farlo.
nota: A lavoro abbiamo avuto logo e fisio uomini ma nessuno si è mai preoccupato: i bambini sono più grandi. Lo psicomotricista lavora con bambini piccoli: il più grande ha sette, otto anni. Penso che a causa della giovane fascia d'età trattata, ci siano le infondatissime preoccupazioni materne.
I miei pazienti, al massimo della loro autostima, non succede molte volte pultroppo, nella scelta del gioco finale, approdano al puzzle. Cerco sempre di sviare ma niente: vogliono fare il puzzle, quello da trenta pezzi della disney e i pezzi non sono manco tanto grandi. Vabbè. La mia paziente novenne ci prova e ancora ci prova e mette insieme più di quattro pezzi. Io sto lì e guardo. Mi aiuti, domanda. Sto guardando i pezzi per questo, dico. Non ci provi abbastanza, fa lei. Oh, le rispondo, io i puzzle non li so fare e sono negata. Trova un pezzetto e lo aggancia al resto. Dovresti provare, fa lei. Lo sto facendo ma non so, rispondo. Lei trova un pezzo e lo inserisce. Vedi, fa, io ci provo e lo faccio e tu guardi solo e non provi niente. Incrocio le braccia e la guardo fissa con una smorfia. Perchè quella faccia, domanda lei, non me lo dici sempre che bisogna provare?
Perchè non lo fai?
Perdonate la divagazione ma oggi ho aperto la home page di yahoo e ci ho trovato questa notizia.
L'ho trovata davvero agghiacciante: due genitori che vogliono far operare di chirurgia plastica la figlia down per fare in modo che non abbia problemi in società, quando la "rinascita" del bambino diversamente abile è altrove, non nel bisturi.
Sono davvero sconcertata.
Cosa ne pensate a riguardo?
Scuola media, io e gli undicenni a cercare di capirci qualcosa sull'italiano per la scrittura creativa. Classe A, la classe di genere maschile: diciotto alunni di cui sedici maschi. Sedici maschi che amano nell'ordine scrivermi di calcio e di tutte quelle cose che le prof reputano sconvenienti. Uno aveva l'abitudine di ripetermi la parola "stupefacente": la prof gli aveva detto che la parola mariuana non era da scrivere e gli aveva dato quel termine. Un'altro, per indicare le donne nude, usava la litote "non vestita", sempre per indicazione scolastica. Ma quella che mi è rimasta più nella mente è l'alunno che, fissato con Paris Hilton - la inseriva nel testo con tanto di materasso volante, ovviamente "non vestita" e con il protagonista maschile in preda allo "stupefacente" (commento sonoro: solo così posso avere Paris!)- fa "copula". Rileggo e gli chiedo cosa significa. Professorè, mi dice, quella d'italiano dice che si deve scrivere così e quella cosa che penso non si scrive perchè, non lo so, ma non si scrive. Gli dico che nella scrittura non ci sono parole che non si scrivono, pertanto può scrivermi quello che pensa. Va al posto e corregge. Ma tu non lo fai vedere alla prof eh, mi fa confidenziale. Tranquillo: rimangono a me, dico. Apro il foglio.
"fa sesso."
La mamma del mio paziente novenne è delusa: il figlio dopo un grandissimo miglioramento - a settembre scorso ha meritato il sospitato corso di basket- ha ottenuto un primo quadrimestre al limite della sufficienza ma con uno scarso in comportamento. Le insegnanti si sono lamentate e, con la signora, abbiamo deciso di decurtare il basket per un pò ma il comportamento a scuola non migliora. il paziente novenne non vuole dirmi i motivi della sua opposizione scolastica - con me è quello di sempre- e la madre è nervosissima. Le madri arrabbiate sono un pericolo.
Arrivano madre e figlio ieri in terapia e la signora mi vuol parlare davanti al bambino. Lo sa bene che non sono d'accordo a parlare di lui, con lui presente, ma non posso fare a meno di ascoltarla. La mamma non si rivolge a me ma al figlio novenne dicendo che la sua iscrizione al basket non le ha permesso, per problemi economici, di aiutare la sorellina che aveva bisogno di fare ginnastica correttiva. Mi metto una mano sul viso; il mio paziente novenne sbianca come un lenzuolo. La signora non è paga e continua che se la sorellina ne avrà a male dovrà ricordarsene: anche la sorellina si sta sacrificando per lui e questo è il ringraziamento. Sposto la mano dal viso e ci poggio la testa; il mio paziente ha uno sguardo triste; la signora è soddisfatta del risultato e ci saluta augurandoci buon lavoro. Il mio paziente novenne mi guarda sconsolato. Ha ragione lei, fa debole. E continua:
"sono proprio cattivo."
Mia madre ha comprato un giornale in cui una principessa da dislessica ha fatto cose grandiose, fa il mio paziente decenne dalle quattro deviazioni standard e un registratore sempre in tasca. Mia madre dice che non mi devo abbattere se magari non m'invitano da nessuna parte e tutti mi guardano come se fossi una bestia rara, fa lo stesso paziente che subisce un rejected senza perdono. Mia madre dice che un mucchio di attori di Hollywood sono dislessici e magari ho delle velleità artistiche, continua il mio paziente prendendosi la testa nelle mani. Non ci pensare, faccio, lo sai che tua madre è preoccupata e risponde come può. Ho capito, fa lui, ma il problema è il mio.
Non m'interessa diventare famoso.